E’ fuor di luogo che l’arte non ha e non pretende di cambiare il mondo, non è mai stata questa la sua funzione, né la sua missione tantomeno la sua vocazione. La sua attitudine è piuttosto quella di elaborare/rielaborare quei brandelli di reale che, inevitabilmente, delineano la nostra esistenza nel mondo. La sua attitudine è anche e soprattutto quella di rendere ciò eccezionale, di capovolgerne la prospettiva, penetrando attraverso le finzioni, gli enigmi, le distorsioni ed anche i fulgori, della condizione umana. L’impresa estetica dunque ha a che fare con una concatenazione di espedienti, probabilmente utopici, che la fa fuoriuscire dagli schemi per produrre nuove esperienze.
Oggi più che mai, per l’arte contemporanea, assumersi tale responsabilità è diventato un compito ostico, legata com’è, ad un art system pressante e ad un mercato asfissiante. Così diventa inevitabile interrogarsi su come l’opera d’arte può conservare la sua autonomia culturale nella società post-capitalista e post-ideologica, all’interno di un sistema che tende all’assorbimento e, spesso, alla strumentalizzazione di tutti gli accadimenti del mondo, dai più critici ai più superflui.
La rappresentazione artistica, di per sé, tende a sottrarsi all’assoggettamento ideologico ed a elaborare invece l’attrito col reale, coi suoi miti e coi suoi simulacri.
Per fare ciò si scosta dal pensiero univoco e comune per generare e delineare dubbi, contraddizioni, orizzonti e visioni differenti dalla opacità del reale e profilare i germi di un potenziale dissenso.
Un dissenso che non è negazione del senso ma apertura all’esistenza.
Ciò chiama in causa inevitabilmente il rapporto che si instaura tra sistema dell’arte e pensiero radicale che nutre e alimenta il fare artistico. Non solo, ma mette in discussione, sostanzialmente, la responsabilità dell’artista nel proprio essere e nel proprio agire e nondimeno estende il gap che esiste tra la sua urgenza espressiva e il consenso fruitivo.
Lo statement “critically becomes style” enuclea giustamente una delle contraddizioni in cui l’arte oggi si inerpica, ossia la distanza che si estende tra il desiderio creativo dell’artista e il suo allineamento e (perché no?) il suo auto-compiacimento nel corrispondere alla richiesta incalzante di un sistema che affannosamente cerca “oggetti e progetti “ su cui investire. E, questo affannosa rincorsa verso la perimetria del reale, fa sì che, volontariamente o involontariamente, rischia di incrinare e superare quel limite sottile, impalpabile e autentico tra una elaborazione critica della realtà e la sua innocua “esteticizzazione”. Allo stesso modo in cui è sempre incombente il pericolo o il debordamento che avviene, spesso, nella realizzazione di grandi kermesse artistiche internazionali che inondano i cinque continenti: Queste, costruite su piattaforme e concept socio-culturali pregnantissimi e architettate sulle conflittualità epiche che si avviluppano nei vari lati del mondo (in primis oramai le diaspore migratorie e le conflittualità distribuite nelle periferie del mondo), confluiscono, spesso e volentieri, in una sorta di piacevole grand tour, o di un ameno “turismo estetico” vacuo e appagante, ma poco graffiante nella sostanza.

Il turbo-consumismo che traina le nostre appiattite e indolenti società contemporanee è una macchina inarrestabile e metabolica che fagocita e anestetizza la complessità delle cose. Tutto è amalgamato nel frenetico caos mediatico, deglutito in una metabolizzazione light e osservato attraverso uno sguardo distante e assolutorio che fa abbandonare ogni prospettiva radicale di intendere e di ripensare il mondo. Oggi, è sempre più difficile resistere alle lusinghe del sistema, alle tentazioni del mercato, all’auto-narcisismo mediatico. Ma è soprattutto oggi che all’artista (e non solo) è richiesto un atto di responsabilità e di resistenza al conformismo. Oggi più che mai l’arte deve disturbare e non piegarsi al compiacimento, oggi più che mai c’è la necessità di un pensiero discordante, costruttivo e visionario, distaccato dalle convenzioni, dalle norme, dai riti, dai tabù e dai preconcetti. Esso è necessario per rifondare questo mondo, in cui è faticoso riconoscersi.